Recensioni:

Child of Light

Child of Light head

Sì lo so, è passato ormai più di un mese dall’uscita di Child of Light e ormai non ne parla quasi più nessuno. In effetti ho notato che, a parte le recensioni del momento, l’ultima fatica della divisione canadese della Ubisoft è stata abbastanza snobbata da molti altri siti o blog, e non capisco proprio il perché.

Fatto sta che in realtà ho acquistato il gioco al Day One e mi ci sono messo a giocare praticamente subito. Anche tra mille impegni ci ho messo poco a finirlo (dura una dozzina di ore). Paradossalmente ci ho messo molto di più a farne la recensione “seria”, che potete leggere QUI.

Appena finita, ero là che “Daje! ora un bel postone sul blog per dire quanto m’è piaciuto” e… BAM!

Life got in the way.

Quindi ciando alle bande e cerchiamo di recuperare il tempo perduto.
Ecco, già dalla prefazione mi sono lasciato sfuggire il succo del post. Bel modo di tenere la suspance. Sì, Child of Light mi è piaciuto. E per diverse ragioni.

Innanzitutto per la formula commerciale.
Non prendiamoci in giro, vedere un gioco appena uscito a 15€ ti fa venire molto più la voglia di giocarci, e di farlo subito. Certo, vuoi mettere la soddisfazione di avere la tua bella copia fisica? Persino l’edizione Deluxe, quella con tutte quelle gustose chicche all’interno, non contiene una copia fisica del gioco… e ci ho rosicato perché ci stavo facendo un pensierino. Però anche sapere di risparmiare una cinquantina di euri non è male ecco.
Più o meno la formula “low profile” è: noi vi diamo un gioco con poche pretese da blockbuster a prezzo ridotto, e voi vi accontentate di quello che è e del formato digitale. Deal?
Deal!
E senza neanche pensarci troppo. Anche perché per quanto mi riguarda il gioco vale ben più di 15€.

Child of Light 4

Child of Light è un titolo che si distingue dagli altri, e che allo stesso tempo dagli altri prende molto in prestito.
Un po’ Valkyrie Profile, un po’ Grandia, un po’ Legend of Mana… Eppure il tutto appare sempre come un tributo riadattato, mai scopiazzato.
Ma andiamo con ordine.

In primis, il gioco non punta per niente sul fomentare il giocatore. Sin dall’inizio sembra davvero di venire immersi in una fiaba della buonanotte, anche grazie alla voce narrante (che sentiremo poche volte, ma buone). L’atmosfera è davvero unica e l’inguaribile sognatore che è in me ne è stato risvegliato piacevolmente.

Dai primi passi nella foresta oscura, non si può rimanere indifferenti dalla bellezza visiva. Il motore grafico UbiArt Framework fa un lavoro eccelso e la cura artistica delle visuali è magistrale. I primi minuti li ho passati a guardare e rimirare gli sfondi e i dettagli.
Anche le animazioni sono uno spettacolo per gli occhi; e quando Aurora acquisirà la capacità di volare (non è un vero spoiler, la si vede nei trailer e comunque accade dopo circa 30-40 minuti dall’inizio del gioco) si apprezza ancora di più la ricchezza visiva del mondo di Lemuria. Vedere la protagonista librarsi in aria facendo svolazzare la folta chioma rossa è davvero uno spettacolo incantevole.

Child of Light 1

Ma non si fa in tempo di riprendersi dall’impatto visivo che le musiche ci mettono un sonoro (ah-ah) carico da 90.
La colonna sonora incalza con calma, comincia tenue e trasognante, ma gradualmente incalza sempre di più, soprattutto in occasione dei battle theme; ma senza mai esagerare e mantenendosi coerente con sé stessa.
Sia durante i combattimenti normali che nelle boss battle più volte mi sono lasciato trasportare dal ritmo delle composizioni, che tra gli altri pregi hanno quello di non stancare MAI. Nel periodo in cui giocavo al gioco canticchiare le tracce della colonna sonora per strada o altrove era una costante. Mi era davvero entrata in testa.
Quindi un grosso grazie a Cœur de pirate per avermi fatto innamorare di una soundtrack dopo parecchio tempo che non mi accadeva.

Insomma tecnicamente il gioco è semplicemente sublime, ed è ben più della semplice “cornice” del gioco.

Child of Light 2

Il gameplay prende in prestito tanto dalla tradizione degli JRPG. Il tutto verte sul gestire il tempo di attesa dei turni, usando la nostra lucciola Igniculus per rallentare i nemici e colpirli scegliendo i tempi giusti per far perdere loro i turni.
Il sistema di personalizzazione è decisamente poco profondo, ma considerata la scarsa difficoltà del gioco non se ne sente neanche la necessità.
Proprio tale facilità è invece qualcosa che andava rivisto un attimo, perché un gioco che si fa terminare senza praticamente mai utilizzare oggetti di cura evidentemente non ha ricevuto abbastanza cura nella curva di difficoltà.
Capisco che probabilmente non era sull’esperienza RPG dura e pura che si è voluto puntare, ma un livello di difficoltà più adeguato o personalizzabile non avrebbe guastato l’esperienza.

Child of Light 3

Quello che invece non mi ha disturbato è la leggerezza della storia. C’è chi si è lamentato di luoghi comuni e prevedibilità, ma è ovvio che sbaglia a contestualizzare il prodotto.
Come già accennato, la storia di Child of Light è una fiaba videoludica. FIABA. S’è mai vista una fiaba con profondi intrecci e introspezioni? Ce ne possono essere di alcune con morali e spunti di riflessione molto validi, ma sono sempre cose evocate nel lettore, quasi mai esplicite.
E va bene così, c’è anche bisogno di cose del genere ogni tanto.
Inoltre trovo abbastanza fuori luogo lamentarsi troppo del fatto che la localizzazione in italiano renda i testi (tutti in rima) effettivamente un po’ pesanti e scricchiolanti. Ma c’è da considerare quale grande lavoro deve essere stato dover tradurre dei testi in rima e rifare ad hoc le rime in italiano, mantenendo il significato originale. Insomma va bene che il risultato non è stato impeccabile, ma la difficoltà era obbiettiva e non si può negare la buona volontà. Poi non ci lamentiamo che i giochi non vengono tradotti in italiano.

Comunque non voglio farla troppo lunga.
Child of Light è un gioco per chi vuole fermarsi e lasciarsi incantare. È sotto molti aspetti un esperimento videoludico. Gli sviluppatori hanno dato vita a qualcosa dettato più dal loro estro che dai dettami del mercato.  È uno di quei giochi da impugnare per il dibattito “Videogiochi: forma d’arte o no?”
Offre un’ottima esperienza, anche dal punto di vista del gameplay (consiglio: settate la difficoltà massima sin dall’inizio), fintanto che non ci si aspetta qualcosa di complesso e approfondito. E se per 15€ all’uscita vi aspettate il mega-giocone della vita c’è qualcosa che vi sfugge.
Ma è l’esperienza estetica che regala a non avere prezzo. Seriamente, se conoscete qualcuno che non apprezza la “forma” visiva e musicale di questo gioco… non dico di chiuderlo in una camera a gas per non avere i miei stessi gusti, ma come minimo diffidate di lui.

 

P.S.
Visto che avrete capito che sono un estimatore gioco, vorrei portare la vostra attenzione sulla ridicola recensione di EDGE.
Ne analizzo solo qualche critica, tanto per non lasciare immotivata la mia opinione sulla rivista, che secondo me (e non solo me) affibbia voti obbiettivamente troppo bassi – da penne che, con squisita eleganza professionale, rimangono nella sicurezza dell’anonimato – a giochi sulla cresta dell’onda, solo per far scalpore e attirare visite.

Then your ranks are swollen by a warrior with a taunt to draw enemy attention, high health to ensure he’s rarely in danger, and better damage output than anyone else in your party. There’s no reason not to use him, no incentive or need to mix up your approach, and the rest of the game is a walkover as what should be a tactical and dynamic combat system instead becomes one-note.

Peccato che il personaggio in questione ha delle chiarissime limitazioni, che non sto neanche a spiegare tanto sono palesi. Non è certo overpowered come vorrebbe far intendere l’autore (chiunque sia) e utilizzare lo switch dei personaggi rimane comunque necessario.

The story, meanwhile, is a procession of fairytale clichés with a twee, forcibly rhyming script.

Come ho accennato prima, si può davvero imputare di cliché alle fiabe? E poi “forzatamente in rima”, seriously? Chi non sa apprezzare uno sforzo artistico per quanto mi riguarda può limitarsi a recensire i FIFA.

Its low point is a twist that will struggle to catch even younger family members off guard, and which anyone who played Far Cry 3, a game with which Child Of Light shares both a creative director and a writer, will have seen coming a mile off.

Forse l’autore non ha afferrato che si tratta di una fiaba. FI-A-BA. O magari nessuno gliene ha raccontate da piccolo. Fatto sta che tale genere letterario di certo non ha nel proprio DNA trame intricate e originali, quindi è ovvio che alcuni plot twist siano più che familiari (e senza dover scomodare Far Cry 3).
Oltre a questo, il valore di una trama non sta solo e per forza nel contenuto, ma spesso nel modo in cui viene raccontata. Ma, ancora, è evidente che l’autore non brilla per sensibilità narrativa.

It’s a game that, for all the intricacy of its systems and the charm of its painterly world, feels oddly empty.

Capito? Il sistema è “intricato” (ma dove?), il mondo è affascinante, ma cazzo, l’autore sente che il gioco è stranamente vuoto. Perché?
Non si sa, ma è così, punto. Voto di Edge “leggetemi, vi prego”: 5. Fidatevi eh.