Recensioni:

Doctor Who 8×03 “Robot of Sherwood”

Doctor Who 8x03 Robot of Sherwood

Dopo I primi due episodi tendenzialmente cupi e seri, il nuovo episodio della nuova stagione ci propone qualcosa di decisamente più rilassato, dai toni leggeri, con pochissima tensione.
L’episodio è scritto da Mark Gatiss – che non capisco come riesca ad essere così altalenante per DW, come quando scrive schifezze come The Crimson Horror, mentre per Sherlock se la cava molto meglio – che riesce ad alleggerire i toni di questa stagione con uno stacco non troppo repentino e più di una strizzata d’occhio alle stagioni classiche del passato.

No such thing as Robin Hood

La prima cosa che vediamo è che il Dottore è ancora intento nei suoi strani e complicati calcoli (magari sta cercando di localizzare Gallifrey?), mentre chiede a Clara dove e quando vuole andare. Questa prima scena mi conferma l’impressione che ho avuto in quella precedente: il Dodicesimo Dottore non è più tutto focalizzato a strabiliare la sua companion, come era più propenso a fare Eleven; lui ha il suo daffare e i suoi pensieri, Clara è una preziosa compagna ma non è la sua priorità.

Clara chiede di poter vedere Robin Hood, dando a vedere di essere particolarmente entusiasta della prospettiva, e non si fa scoraggiare minimamente dal cinico commento del Dottore che è sicuro che lo storico eroe in calzamaglia sia solo una leggenda.
Nonostante questo però la accontenta, il TARDIS parte e i due si trovano nella foresta di Sherwood nel 1190 a.C.
Piccola cosa che mi ha fatto storcere il naso: il TARDIS atterra, il Dottore ne emerge e tempo 10 secondi Robin Hood si palesa e gli ammicca sornione. Maccheccazz..? Pare quasi li stesse aspettando. Un attimino di ricerca e di realismo in più era brutto?

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A parte questo, Tom Riley (che sarà familiare a chi ha visto Da Vinci’s Demons, tra cui non io) regala una buona interpretazione di Robin Hood, calcando visibilmente l’accento sulla beffardaggine e sul suo carisma da eroe “mascalzone”.
Bellissimo il primo confronto tra i due nel duello in cui il Dottore usa un cucchiaio contro la spada.

 

Anche se vedendolo combattere con la posata la prima cosa che mi è venuta in mente è stata:

Ginosaji Vs The Doctor

Segue quindi un’introduzione del Dottore e di Clara nel “mondo” della fiaba che conosciamo: la foresta, i compagni di Robin Hood (decisamente poco incisivi e dimenticabili), il malvagio sceriffo di Nottingham e il torneo di tiro con l’arco… tutte cose che conosciamo anche troppo bene, addirittura scontate, ma che quanto meno non occupano troppo tempo alla puntata.
Particolare la scena in cui il Dottore si meraviglia che Clara creda agli eroi impossibili, mentre lei gli fa intendere che lo fa proprio perché ha conosciuto lui.
Ancora una volta la Clara è uno specchio dei fan, che continuano a sognare guardando lo show e ad affezionarsi al suo “eroe”:

 

I am totally against bantering

Durante il torneo si scopre che i cavalieri ai comandi dello sceriffo sono in realtà robot futuristici. I tre protagonisti vengono presi e portati nelle segrete del castello, in attesa di essere interrogati.
Continuano qui gli spassosi battibecchi tra Robin Hood e il Dottore, dove Robin fa leva sulla overconfidence, mentre il Dottore, frustrato dalla boria e sfacciataggine dell’altro, passa dal non sopportarlo a scendere spassosamente al suo livello nel tentativo di far capire chi è il migliore.

Clara si trova dunque faccia a faccia con lo sceriffo di Nottingham, interpretato molto bene da Ben Miller, pur nel suo ruolo di stereotipo di villain. Ho apprezzato la scena tra i due e come Clara, inducendolo a rivelare il suo piano con i dettagli sui robot, stia sempre più emergendo come una vera e propria companion a tutti gli effetti, coraggiosa e intraprendente.

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Il Dottore, dopo essersi liberato, scopre l’origine dei robot: atterrati d’emergenza con una nave spaziale mentre cercavano di raggiungere la Promised Land, apparentemente la stessa di cui parlava il droide in Deep Breath. I robot hanno bisogno di oro per ripartire e così aiutano e allo stesso tempo sfruttano lo sceriffo di Nottingham per procurarselo dalla popolazione locale.
Seguono varie peripezie, abbastanza semplici a dire il vero, e qualcuna persino imbarazzante (i laser dei robot respinti con piatti riflettenti). Robin sconfigge lo sceriffo e… il gruppo salva la situazione scagliando la freccia d’oro all’astronave dei robot. E questa, cari miei, probabilmente è stata una delle scene più tristi che abbia mai visto in tutta la serie. Ci sono talmente tanti modi per cui è sbagliata che non saprei neanche da dove cominciare.

I am not a hero

Fortunatamente la puntata si risolleva decisamente proprio sul finale.
Il Dottore e Robin Hood si ritrovano entrambi nel ruolo di personaggi che non sanno misurarsi con lo status di eroi senza tempo che altri ripongono in loro. Entrambi sono uomini dal forte spirito ed ego, votati a fare la cosa giusta nonostante tutto.

 

Questa puntata ha alti e bassi, ma ingenerale si mantiene su un livello senza troppe pretese, senza cercare di sforzarsi troppo. Con questa, Mark Gatiss riesce ad alleggerire i toni di questa stagione iniziata in tono oscuro, e lo fa confezionando un tipico esempio di episodio “classico” di Doctor Who.
La struttura e alcuni elementi sembrano presi direttamente dagli standard del passato, quando i villain di puntate in epoche passate spesso erano robot… e quel riflettere i raggi laser dei robot sembra davvero una roba di fantascienza di altri tempi. Ma sono presenti anche diversi riferimenti: il miniscope nominato dal Dottore nei primi minuti è un riferimento a una puntata del 1973 con il Terzo Dottore “Carnival of Monsters”; quando durante il torneo colpisce Robin Hood è chiaro il riferimento all’aikido venusiano usato sempre dal Terzo Dottore; inoltre nel databank dell’astronave dei robot vediamo Patrick Troughton (il secondo Dottore) nella sua interpretazione di Robin Hood in una mini serie degli anni ’50.

A parte questo, lo sviluppo della storia mi è sembrato troppo banale e semplicistico. I villain mancano di mordente: lo sceriffo rimane nel suo stereotipo e dei robot non sappiamo assolutamente niente.
Questa volta non è apparsa Missy, che chiunque si sarebbe aspettata alla morte dello sceriffo; probabilmente proprio per non risultare prevedibile. Ma buono il riferimento alla Promised Land, che ci tiene sulle spine per il plot arc principale.

Capaldi continua a stupire e a farci capire sempre più le sfumature del nuovo Dottore.
Oltre a ribadire di essere una versione molto più disillusa – lo scetticismo radicale di fronte all’evidenza dell’esistenza di Robin Hood – qui il suo carattere ci mostra il suo lato divertente, che scaturisce proprio dal suo essere burbero; ne scorgiamo il lato non-tanto-saggio, persino competitivo (e devo dire che in queste sfumature mi assomiglia abbastanza, da quello che mi dicono).

In generale è stato un episodio poco incisivo sulla trama generale; se Doctor Who non prevedesse effettivamente una struttura a puntate auto-conclusive, potremmo parlare quasi di un filler.
Non è stato un episodio memorabile, ma piacevole e divertente quanto basta.