Italienati

Traduzione in italiano dei videogiochi, una questione vecchia quanto il cucco. E ciò nonostante ancora oggi vale la pena spenderci due parole, soprattutto da parte di uno come me che va controcorrente nel gridarne il bisogno.

Nonostante ormai i videogiochi siano diffusissimi da parecchi anni (più di 20 volendo prendere come punto di svolta l’uscita della PlayStation, che ha segnato un’esponenziale diffusione dei videogiochi come fenomeno di massa) la mancanza della lingua nostrana sembra ancora suscitare scalpore.
La cosa paradossale per questa apparente barriera linguistica è che i tempi dei giocatori prevalentemente adolescenti sono morti e sepolti. L’età del videogiocatore medio si è alzata e attualmente si aggira attorno ai 25-30 anni. Quindi in teoria non si capisce dove sarebbe il problema per questa fascia di età comprare un gioco in inglese senza traduzione italiana.
Eppure ancora oggi ci si imbatte in parecchie persone che si lamentano aspramente di una traduzione mancata. Mi vengono in mente i commenti su Facebook all’assenza dell’italiano per Star Ocean 5; persino su Ludomedia – social italiano dedicato ai videogiochi, quindi un luogo dove in teoria dovrebbero bazzicare giocatori appassionati – ho trovato un sfilza di lagne sul fatto che Valkyria Chronicles Remastered (per dirne uno) non abbia avuto una traduzione italiana. Gente che addirittura annuncia di annullare il pre-order del titolo di turno per la mancanza della lingua italiana.

Ora, probabilmente susciterò lo stizzito sdegno di questa fascia di giocatori, ma devo proprio dirlo: che problemi avete?
Ho sentito gente ammettere candidamente che “ma io l’inglese non lo mastico”. Ah sì? Eppure viene insegnato dalle scuole medie al liceo, a volte persino dalle elementari; impararlo è vostro compito. Non potete prendervela con una software house se vi sentite indirettamente umiliati per non aver mai studiato un cazzo, aver sempre copiato ai compiti in classe, magari uscendo a calci dalla scuola dell’obbligo con un livello linguistico da “De pen is on de teibol”. Vi ricordate quei leziosi adulti che vi dicevano che l’inglese serve? Ecco, forse era meglio ascoltarli. E vedrete che risate quando cercherete lavoro.
Siamo nel cazzo di 2016, potrebbe essere il caso di finirla di fare “gli italiani” (Cit. Stanis La Rochelle) e di adeguarci al resto del mondo.
C’è poi la ricorrente e sgangherata domanda: “ma perché devono costringermi a imparare una lingua per giocare ai videogiochi?” È semplice: perché così è. Stateci. Il mondo non gira attorno a voi. E il videogioco è un media di intrattenimento, non un diritto umano.
Sì perché ci sono quelli che proprio la prendono come un dovere disatteso delle software house, come se il pagare un gioco equivalga a pretenderlo come lo vogliono loro.

angry gamer english

Evitiamo un attimo i qualunquismi da bar e parliamo di cose realistiche: questa traduzione italiana è un diritto o una pretesa?
Non si può fare un discorso generale valido per tutti, dipende dal gioco. I videogiochi non sono tutti uguali a monte come non lo sono a valle. E a monte c’è un budget e delle previsioni di vendita.
Se si tratta di un indie, o in generale di un gioco anche di una software house importante, ma con delle previsioni di vendita basse, non è realista aspettarsi una traduzione nella nostra lingua. Qualcuno potrebbe dire: “ma se lo traducessero venderebbero di più!” Eh certo, meno male che ci siete voi che insegnate agli analisti di mercato (fallibilissimi eh, ma non fino a questo punto) queste verità nascoste a cui nessuno avrebbe mai pensato. No belli de casa, con una traduzione POTREBBERO vendere di più. Non è una certezza, e quindi è un rischio. Potrebbe anche succedere che investano soldi per la traduzione e comunque finire per non vendere abbastanza, per una cariolata di altri motivi che dipendono da caso a caso.

Facciamo un esempio semplicistico.
La famosa prima traduzione italiana per un Final Fantasy è stata fatta per l’VIII, ed effettivamente ha contribuito alla diffusione della serie in Italia. Ma perché è stato tradotto? Perché FFVII aveva già venduto in Europa parecchio (ad oggi 2,47 milioni di copie). Il rischio di non vendere non c’era.
Prendiamo un altro titolo, di una casa comunque importante ma non esattamente tra le vette del mainstream: Persona 3. In Europa ha venduto meno di mezzo milione di copie, tra originale e FES (edizione estesa). Neanche male per essere il primo capitolo ad arrivare nel Vecchio Continente, ma non abbastanza per investire in un doppiaggio.
Anche perché c’è la questione target. Soprattutto i giapponesi sono cauti a localizzare i propri titoli perché il “gusto” di certi giochi si diffonde lentamente. Gusto e disponibilità sul mercato sono un po’ come l’uovo e la gallina.
Life Is Strange è partito a testa bassa, quindi in inglese. Ha avuto un grande e meritato successo, e la traduzione italiana è arrivata. Di conseguenza, non a prescindere.
Quindi chi non compra titoli in inglese per partito preso sappia che non sta facendo un favore alla diffusione di titoli magari meritevoli.

Ma usciamo dal terreno delle fredde meccaniche di mercato, il mio punto è un altro.
Oggigiorno moltissimi giochi ormai hanno una traduzione e persino un doppiaggio in italiano. Sono rimasti fuori titoli dal budget limitato di partenza e titoli che non si può prevedere che  vendano molto, magari perché “particolari”, poco famosi, spesso con una storia corposa, e quindi ancora più difficile da tradurre (a paragone dei menù di FIFA). Se il giocatore medio è adulto e acculturato, perché frignare per una traduzione italiana?

sleepy gamer

Da alcuni ho letto motivazioni tipo: “Ma io quando torno a casa stanco voglio riposare il cervello e non scervellarmi davanti a un testo in inglese col vocabolario in mano!”
Amici miei, se a 20-25-30 anni volete solo buttarvi davanti allo schermo con l’intento di spegnere il cervello, evidentemente non siete predisposti a un gioco “da capire”.
Un gioco che proponga una storia (si spera buona) merita attenzione e coinvolgimento, non uno sguardo distratto già sulla via del sonno. È anche una questione di rispetto verso chi lo ha creato quel gioco. È tutta lì la vostra passione ed elasticità mentale?

Chiudo con il mio caso di esperienza personale, ricollegandomi a FF.
Final Fantasy VII è uscito nel 1997. Io avevo 14 anni e di certo non ero il secchione della classe. Ci ho giocato lo stesso, perché mi piaceva. Se avessi fatto come certi lassisti che “se non c’è l’italiano non lo compro” mi sarei perso un gioco straordinario, e sarebbe stato un problema mio. Invece ci ho giocato, più volte, e ogni volta capivo sempre di più della storia, perché ogni volta ero più bravo in inglese. Così facendo l’inglese non l’ho mai studiato, l’ho “imparato”; giocando a videogiochi prima, vedendo film e serie TV poi, fino a leggere libri e testi di ogni tipo. Se ci è riuscito quel ragazzino di 14 anni può riuscirci chiunque.

Quindi smettete di insultare la vostra intelligenza creandovi delle scuse da soli per quella che è solo pigrizia. Il vostro cervello non ha bisogno di spegnersi, e un po’ di inglese non dovrebbe creare problemi al giorno d’oggi; tranne a chi si rifiuta perentoriamente di imparare qualcosa. Se siete di questa categoria tanto vale cambiare hobby.